Continua il crossover con Campanesionline.com che ci propone un pezzo a http://www.campanesionline.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1104:referendum-5-giorni-all-alba&catid=9:attualita&Itemid=309

‘STA RIFORMA È ‘NA MMULICATINA. NEL MERITO (in 10 punti)

Ogni promessa è debito. A pochissimi giorni dal Referendum ed a qualche settimana dalla tipica strage di maiali pre-natalizia, non sono molto informato sul secondo aspetto, ma sulla Riforma sono riuscito a farmi un’idea e – come vi anticipavo – Io sono per il NO. Altre – chi rucculu – considerazioni nel merito della Riforma n.88 pubblicata in G.U. il 15 aprile 2016 e sul Referendum popolare confermativo del 4 dicembre.

Quello che il quesito non dice… (da 1 a 4)

1.LA COSTITUZIONE DELLA MAGGIORANZA (MINORANZA). Ho già detto che la precedente legge elettorale è stata dichiarata incostituzionale, ma non ho specificato perché, anche se in parte lo avete capito dallo scritto di Francesco Lapietra. La Corte Costituzionale ha ritenuto che una legge elettorale che dà un premio di maggioranza abnorme e non permette di esprimere voti di preferenza “vìola la sovranità popolare, la libertà del voto e la rappresentatività del Parlamento”. Pè ni capire, se ad una lista che ha ottenuto il 15-20% dei voti tu dai il premio di maggioranza al 50%+1 in Parlamento, chi approva le leggi rappresenta non la metà del corpo elettorale, ma il 15-20%. Se passa la riforma, avremo una Costituzione di maggioranza, anzi no… di minoranza, cosa contraria alla stessa nozione di Costituzione perché – lo ha detto Luigi Strurzo, mica io – “la Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà.” La Costituzione è compromesso tra le forze politiche. Il che ci porta al secondo punto.

2.“I CITTADINI POTRANNO SCEGLIERE LA LORO COSTITUZIONE”: REFERENDUM O PLEBISCITO? L’espressione virgolettata la ha pronunciata il Ministro Maria Elena Boschi, la ‘penna’ della Riforma. Quello per cui si andrà a votare il 4 dicembre sarà un Referendum “confermativo”, così definito e non necessitante del quorum: ma cumunné? In realtà, nel procedimento di approvazione di una riforma costituzionale, per dare voce alle minoranze parlamentari è prevista la possibilità di fare un Referendum oppositivo, ovvero: se la riforma non esprime la condivisione tra le forze politiche, la minoranza può chiedere al popolo di bocciarla. Il senso di questa disposizione è stato stravolto: la suddetta maggioranza (parlamentare) made in Porcellum ha approvato la riforma, però non essendoci coesione tra le forze politiche – e vorrei ben vedere, visto che la maggioranza è PD e quelli del PD si scerrinu ‘ntra de illi – si è dovuto ricorrere al Referendum. Paradosso: coloro i quali hanno proposto ed approvato la riforma, hanno chiesto di fare il Referendum (cosa che spetterebbe alla minoranza) e data l’inversione dei ruoli, anziché oppositivo, lo hanno chiamato “confermativo” affinché voi, votando Sì, confermiate quello che (alcuni di) loro hanno già approvato. Per questo il quorum non serve e questo Referendum è contrario esso stesso al senso della Costituzione.

3.IL “PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA”: MALANOVA MIA! Mi addentro un po’ più nel merito della Riforma (sperando di non perdermici). Molte volte avrete sentito l’espressione “rischio di una deriva autoritaria” e, magari, solo perché queste parole le pronunciava Di Maio o chi per lui, avrete esclamato: abbà! Esagerati. In realtà, ciò che costoro volevano intendere, è che si avrà un notevole rafforzamento dell’esecutivo e chi sale al Governo avrà maggiore stabilità, nonché maggior potere. I motivi sono molteplici. La fiducia verrà data al Governo da una sola Camera che, stando all’Italicum (legge elettorale di oggi, domani non si sa) è eletta su una maggioranza – chiamamula eccussì – grossomodo del 25%. Facile. Inoltre, viene introdotto un procedimento con “voto a data certa” che assicura una corsia preferenziale ai Disegni di legge del governo. Se il governo ha bisogno che un disegno di legge sia approvato perché necessario per l’attuazione del suo programma, chiede alla camera di iscriverlo con priorità all’ordine del giorno e di votarlo entro 70 giorni. Questo è circa il tempo necessario alla conversione di un Decreto Legge, altro strumento che permette al governo di partecipare al legislativo: molti sostenitori del Sì dicono che almeno i decreti legge saranno ridotti, magari perché rimpiazzati dall’altro strumento, ma non sarà così perché la riforma ne costituzionalizza il procedimento.

Quindi, non è che Renzi voglia diventare un dittatore – forse a qualcuno, se fosse stato così, sarebbe anche piaciuto di più – ma è che l’Italia ha un problema di governabilità perché il sistema elettorale proporzionale, per sua natura, si rivolge a garantire la rappresentatività, ma crea una moltitudine di partiti – mmulicatina, nel nostro gergo – e questo ovviamente comporta difficoltà nel governare in maniera stabile. In altri termini: col la riforma si vuole sopperire al problema della mmulicatina, attraverso una sensibile riduzione della rappresentatività del popolo, così che avremo un paese con un governo maggiormente stabile nel tener fede ai suoi interessi, ma meno rappresentativo dei cittadini.

4. SI CI JUNGI A LEGGE ELETTORALE…L’attuale legge elettorale è l’Italicum, che trasforma i voti in seggi ed attribuisce un premio di maggioranza: sempe alla faccia eda rappresentatività. Anche questa legge potrebbe essere incostituzionale, tant’è che ci sono già due giudizi pendenti in tal senso. Tuttavia, per non influenzare gli esiti del Referendum, la Corte Costituzionale si pronuncerà dopo il 4 dicembre. Insomma, non sappiamo per cosa andiamo a votare: una volta stravolta la Costituzione, potremmo ritrovarci con una nuova legge elettorale che ne cambierebbe notevolmente la sostanza. Unite questi ultimi due punti e pensate all’elezione del Presidente della Repubblica: non è che prima lo votassimo noi, ma con la Riforma, dal settimo scrutinio, ad esempio, potrebbe essere eletto da nemmeno il 15% dei nostri rappresentanti in Parlamento.

Analisi del quesito referendario (da 5 a 10) (quando andrete a votare, troverete questa scheda elettorale):

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5.SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PARITARIO E RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI (QUINDI DEI COSTI DELLA POLITICA). Oggi abbiamo Camera dei deputati di 630 membri e Senato di 315. Tropp’assai. Il sistema è detto “bicamerale paritario (o perfetto)” perché le due Camere hanno pressoché gli stessi poteri. Per “superamento” si intende che i Senatori verranno ridotti ad un numero di 100 e ne verranno modificate (più o meno) le funzioni. E chine su sti cientu Senatori? Il nuovo Senato viene definito “delle autonomie locali” e i rappresentanti non verranno più eletti direttamente dal popolo, o almeno così, in maniera confusa, dice la riforma. Accetterei questo se si riducessero – per non dire azzerassero – le sue funzioni, ma così non è. Il nuovo Senato sarà composto da 74 Consiglieri regionali, 21 Sindaci e 5 “persone che hanno illustrato la patria per alti meriti” (e chi c’intrinu chissi ‘ntra nu Senatu ede rappresentanze locali? Boh…) Viene data discrezionalità di scelta ai consigli regionali, ma per evitare il malcontento popolare, nei lavori preparatori della Riforma è stato introdotto che questi saranno scelti: “in coerenza con l’espressione di voto del corpo elettorale nel momento in cui si eleggono i consiglieri regionali”. Quindi l’una o l’altra? E’ una contraddizione che comporta non pochi scompensi. In più, quale che sia la modalità, siamo sicuri che il nuovo Senato rappresenterà autonomie locali? Se è vero che i nuovi senatori verranno eletti sulla base della volontà popolare e/o della discrezionalità dei consigli regionali, è altrettanto vero che molto influirà il colore politico dei diversi consigli. Ragioniamo per assurdo: se vengono scelti per il Senato due consiglieri calabresi, uno di sinistra e uno di destra e due consiglieri lombardi, uno di sinistra e uno di destra, secondo voi chi si siederà vicino a chi? Secondo me quelli di destra con quelli di destra ecc…così da ricrearsi una mini-copia della maggioranza parlamentare anche in questo nuovo strano Senato che dunque, anziché rappresentare le autonomie locali, sarebbe (comunque) politicizzato. In più, il Senato diventa un organo fortemente instabile: il Consigliere-Senatore (o il Sindaco-Senatore) ad esempio, in caso di scioglimento del Consiglio Regionale – cosa abbastanza frequente – decadrà sia come Consigliere che come Senatore e questo comporterà la sua sostituzione in Senato da parte di un altro. Della serie: chissa a stapie scriviennu iu, continua tu. I consiglieri regionali e sindaci, avranno l’immunità come senatori, quindi la differenza consisterà nella necessità dell’autorizzazione a procedere per perquisizioni, arresti e sottoposizione a intercettazioni telefoniche, ma questo è giusto per la funzione che sono chiamati a svolgere, non tanto per le persone che la potrebbero svolgere (v. De Luca). In più, i sindaci, che già hanno i loro problemi, dovrebbero fare anche i senatori e guai ad assentarsi! Nella riforma è scritto che non possono. Insomma…chi leggerà la nostra Costituzione ora saprà che abbiamo dovuto obbligare (nero su bianco) la nostra classe dirigente votata all’assenteismo, a lavorare. Ci vuole una norma per questo? E si su ogliri…

(continua) Viene ridotto il numero dei Parlamentari, ma lo si fa nel modo sbagliato;  non si riducono i loro stipendi; il risparmio di spesa è  irrisorio e comunque non porterà un euro nelle nostre tasche perché questo non lo si decide con una riforma costituzionale, ma con la legge finanziaria che viene approvata ogni anno, a fine anno. In più, Renzi, in piena campagna elettorale, ha detto che verranno risparmiati 500 milioni di Euro; la Corte dei Conti, organo preposto alla vigilanza sul bilancio dello Stato, ha stimato un risparmio di circa 48 milioni. Qualcuno mente.

Ma se ora votiamo no, poi non approveranno più una riforma dove si riduce il numero dei politici!!! Giova ricordare che già nella Riforma Berlusconi di circa 10 anni fa – 10, non 30! – era prevista la riduzione del numero dei parlamentari ed anche se bocciammo quella proposta tramite Referendum, nulla ha impedito all’attuale governo di ripresentarla.

6.LEGGI APPROVATE PIU’ VELOCEMENTE (?!?) Secondo chi propone la riforma, in Italia ci vuole troppo tempo per approvare una legge perché c’è stu sistema bicamerale che produce troppi “rimbalzi” tra Parlamento e Senato. Il problema, invece, è di intese e lotte clandestine a maggioranze di partito frastagliate. Per approvare la “MERAVIGLIOSA” legge Fornero, ci sono voluti 17 giorni, per approvare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti politici 3 giorni. Fate voi.

7.SOPPRESSIONE EDU MALU CNEL o Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Dal nome sembra una cosa seria, ma – ve lo dico col cuore – un serve a nente. Questo è un organo di consulenza del Governo in materia economica e sociale ed eventualmente partecipa alla promulgazione di iniziative di legge. Composto oggi da 64 consiglieri esperti, nel tempo è stato più che altro una sorta di peso morto e quindi è giusto abolirlo. Chi ci lavora verrebbe spostato alla Corte dei Conti. Solo che – come già vi anticipavo – il CNEL lo si poteva abolire già tanto tempo fa, anche attraverso una legge apposita. Perché ‘buttare’ ora tutto insieme col rischio che la gente focalizzi l’attenzione solo sull’inutilità del CNEL ed al contempo si distragga da quelli che sono i veri punti nevralgici di questa riforma? Il cambiamento diventa un valore quando si cambia in meglio e ciò non può essere, oggi.

8.REVISIONE DEL TITOLO V DELLA PARTE II (MODIFICA DELLE COMPETENZE STATO – REGIONI). Piccolo excursus storico: la nostra Costituzione introduceva gli innovativi principi dell’autonomia regionale e della competenza legislativa concorrente, tale che a fianco della legge statale, potesse accostarsi quella regionale. Lo strapotere della Democrazia Cristiana negli anni dal 1948 in poi, bloccò questa crescita, in quanto tale autonomia (soprattutto delle regioni ‘rosse’) avrebbe costituito un sensibile ostacolo per la forza e la stabilità del governo centrale. Così, le regioni furono “congelate”. Negli anni ’70 si è invertita la tendenza e si è iniziato a chiedere sempre più autonomia per le regioni. Tale richiesta è confluita nella riforma costituzionale 2001 e sarebbe stata ancora più ampia con la “devolution” (di Berlusconi) del 2005. Con l’attuale riforma si fa un passo indietro poiché viene soppressa la competenza legislativa “concorrente” e le regioni avranno competenza legislativa solo nelle materie non riservate allo Stato. Le Regioni hanno fallito, è indubbio e la regione Calabria, come ente, è spesso stata portavoce di questo grande fallimento. Tuttavia, premesso il contestuale ed ulteriore accentramento del potere nelle mani del governo centrale e la minore autonomia degli enti – cosa che già di per sé non è condivisibile – perché vengono mantenute le regioni a statuto speciale? Ulteriore controsenso. Per molti versi, questo capo della riforma è emblematico: c’è poca lungimiranza, molti controsensi ed una notevole difficoltà argomentativa. Mah.

9.LEGGI AD INIZIATIVA POPOLARE E REFERENDUM. Questi sono “strumenti di Democrazia diretta” attraverso i quali il popolo dovrebbe partecipare attivamente al legislativo. Oggi, per poter passare al vaglio del Parlamento una legge ad iniziativa popolare occorrono le firme di 50 mila elettori o 1 deputato. Una volta raccolte le firme, il foglio viene portato in Parlamento e può essere appallottatu e jettatu. Data la difficoltà non soltanto nel proporre una legge, ma anche a raccogliere le adesioni – chiedere a Grillo – questo strumento è rimasto pressoché inutilizzato. La riforma propone di alzare il numero delle firme per presentare la proposta a 150 mila – e se già erano tante 50 mila! – ed una volta raccolte “il Parlamento avrà l’obbligo di esaminare la proposta”. Tradotto: avrà l’obbligo di porre la proposta all’ordine del giorno e poi, eventualmente, l’appallotte. Non cambia granché…anzi, forse è pure peggio. Vengono (verrebbero) poi introdotti due nuovi tipi di Referendum quello “di indirizzo” e quello “propositivo”. Buono. Peccato che la loro disciplina è rinviata a legge costituzionale: per attuarli sarebbe necessaria una nuova legge costituzionale che a sua volta dovrebbe essere attuata con una legge bicamerale. Ipotizzo un iter di circa 20 anni se chi governerà domani deciderà di perpetrare questa iniziativa. Il Referendum “abrogativo” è quello – l’ultimo è stato sulle trivelle – dove c’è il ‘quorum’ e chi parteggia per il NO incentiva a non andare a votare. Per ovviare a questo problema la riforma prevede un nuovo ‘quorum’: non la metà più uno degli aventi diritto al voto, ma la metà più uno dei votanti alle ultime elezioni della Camera. Chissa è na bella cosa. Eh, ma c’è la fregatura…tale ‘quorum’ alternativo, in realtà, viene dato come premio solo se la proposta di Referendum è promossa da 800mila elettori, altrimenti tutto rimane com’è. Nella mia ignoranza, in questa disparità di trattamento su base politica, intravedo un problema logico, ma una cosa è pensarlo, una cosa è scriverlo nella Costituzione. Vedremo.

10.CHI VOTA NO NON VUOLE UN CAMBIAMENTO. Non è così: è che se si cambia, bisogna farlo in meglio.

Non vi ho detto proprio tutto, ma mi fermo perché se già siete arrivati a leggere fino a qui avete tutta la mia stima. Non potevo fare altrimenti, visto che Mastro Ciccio vota NO e sosteneva che eravamo tutti un po’ “mali informati”. Per quanto vorrei chiudere con un aneddoto dei suoi, vi cito una barzelletta di Piero Calamandrei, giusto perché lui la Costituzione la ha scritta: Ci sono due pescatori su una barca in mare aperto. Ad un certo punto si crea un buco e cominciano ad imbarcare acqua, così uno dice all’altro: “Beppe, la barca sta affondando!!! E l’altro risponde: “e che mi importa… tanto mica la barca è mia!” Insomma…”mali informati” o no, ricordatevi prima di tutto che la Costituzione è la legge fondamentale dello Stato e, come tale, non è di Renzi, di Berlusconi, di Grillo o di Salvini: E’ DI TUTTI.

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