Deficit significa disavanzo, cioè la differenza tra le entrate e le uscite nel caso in cui le uscite risultino superiori alle entrate (se fosse il contrario, parleremmo di avanzo). Il Pil è il Prodotto interno lordo, ossia la ricchezza prodotta da un Paese. Il 2,4% di cui tanto si parla in questi giorni significa che se la ricchezza, ad esempio, equivale a 100 miliardi, le spese non possono superare i 102,4 miliardi.

Quindi, il deficit è quella quota di spesa statale non coperta dalle entrate.

Secondo gli accordi del Patto di stabilità e crescita del 1997 il deficit deve tenersi sotto il 3%. Per cui in teoria ci rientreremmo ancora. Tuttavia nel 2012 è stato rivisto il Patto di stabilità che impone l’impegno per gli Stati membri di portare il deficit  quanto più possibile vicino allo zero, ovvero all’obiettivo del pareggio di bilancio. Obiettivo peraltro inserito nella Costituzione Italiana.

Naturalmente la quota di spesa che non viene coperta con le entrate (il deficit) andrà ad aumentare il debito pubblico, ovvero, il debito contratto dallo Stato nei confronti di altri individui, imprese o Stati esteri per coprire  il deficit pubblico cumulato nel bilancio dello Stato e che è letteralmente esploso tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 a seguito di spese pubbliche insostenibili e di un meccanismo perverso di speculazione finanziaria ed  interessi instauratosi dopo che dal 1981 la Banca d’Italia non è più garante per l’acquisto dei titoli di Stato.

A proposito di debito pubblico, fra gli Stati membri l’Italia è seconda solo alla Grecia, avendo un rapporto debito/Pil vicino al 132% (contro il 60% richiesto dall’Europa).

Debito pubblico che, ricordiamolo, è ciò che ha privato le nuove generazioni della possibilità di avere una prospettiva lavorativa stabile.
Quindi, la domanda cruciale è proprio questa: vale la pena decidere di aumentarlo rischiando così  che la cosiddetta “manovra del popolo” si tramuti nella manovra pagata utilizzando come cambiale il futuro dei giovani di questo Paese? Ai posteri l’ardua sentenza.

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