Quando si è abituati alla mediocrità spesso si è diffidenti verso le cose straordinarie. In Calabria siamo abituati così, vediamo nella politica un ufficio di collocamento o un mezzo per perseguire i nostri fini personali. Il mondo della politica è marcio, lo sappiamo e ci va bene così. Non ci indigniamo se il sindaco “x” ha legami stretti con la ditta che asfalta le nostre strade, se il vicino di casa ha venduto il suo voto per un panino e 50€. Non ci arrabbiamo se puntualmente le campagne elettorali si fondano sulla promessa, spesso fittizia, di un lavoro. Ci da quasi più fastidio chi questo sistema lo combatte, perché è antipatico, perché mette il dito nella piaga, perché ci disegna con contorni troppo nitidi. Ci sentiamo colpiti da queste persone perché dimostrano che esiste un’altra strada, un’altra possibilità, un altro modo di fare politica. Basta volerlo, basta impegnarsi e la politica diventa uno strumento valido per cambiare le cose. 

Ma queste persone, diciamocelo, non ci piacciono sopratutto perché con il loro impegno politico e sociale mettono in evidenza le nostre mancanze, grandi o piccole, la nostra pigrizia, la nostra indifferenza e rassegnazione. 

Ci sentiamo molto più a nostro agio con le persone come il signor Pietro Zucco, un uomo qualunque, come se ne vedono tanti, seduto al bar a chiacchierare. Le sue critiche, le sua accuse ci sembrano più vere delle azioni politiche di Domenico Lucano, che per 20 anni ha costruito una realtà, che con i suoi limiti, funziona. 

Mimmo Lucano con la sua testa dura e con le sue idea è riuscito in qualche modo a migliorare il suo paese. Il cosiddetto “modello Riace” si regge sull’idea che  dall’immigrazione si può trarre qualcosa di positivo: la possibilità  concreta di sviluppo per un territorio destinato a scomparire. Nel “malsano” progetto di Lucano dall’accoglienza e dall’integrazione ci guadagnano tutti: i migranti, accolti e integrati, i giovani di Riace che sono stati impiegati nei vari progetti e hanno avuto la possibilità di non abbandonare la propria terra, i commercianti del luogo che hanno visto un’aumento della popolazione locale e un incremento del turismo.

Insomma, da questo modello ci guadagnano tutti, tutti tranne Mimmo Lucano che, come risulta dalle indagini, non ha preso nemmeno un soldo. Un cretino insomma, doveva fare come il prete di Isola, che si è intascato tutto e che ai migranti dava da mangiare  gli avanzi che i maiali non volevano. Così si fa! 

Ad onor del vero non è stato solo Lucano a non guadagnarci niente, c’è un’altra grande esclusa dal questa idea di integrazione: la Mafia.

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Vi sembra poco? A me sembra troppo. Lucano ha voluto strafare e ora è ai domiciliari. Sembra troppo anche al signor Zucco, l’uomo qualunque, che prima dell’entrata in scena di Lucano era vice sindaco di Riace. Il signor Pietro Zucco, oltre ad aver perso la poltrona a causa di Lucano  è stato anche un prestanome della cosca mafiosa Ruga-Metastasio (almeno così risulta dalle indagini). Oh, finalmente un po’ di normalità! 

Questo sì che ci rappresenta, che ci somiglia che è lui il vero eroe di Riace!

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Lo pensa anche Salvini, attuale ministro dell’interno che ha condiviso sul suo profilo le dichiarazioni di questo signore senza chiedersi chi fosse. Il ministro, eletto senatore in Calabria, che a Pontida aveva dichiarato guerra alla Mafia. Nessuna contraddizione, tutto normale. 

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Infatti, dal mio punto vista la condivisione del video in questione da parte di Salvini è perfettamente coerente con il suo modo di fare politica, ma tutti gli altri? Tutte quelle persone che hanno creduto ciecamente alle dichiarazioni di un uomo qualunque. Perché non si sono poste delle domande? Perché non hanno dubitato delle parole di quel tizio?

Probabilmente perchè ha detto quella verità che volevano sentire, perché si sono sentiti a proprio agio nell’affermazioni di Zucco ed è sembrato tutto più coerente e reale.

Sì, perché in Calabria e in Italia una realtà come Riace è difficile da accettare, è difficile credere nella buona fede di Lucano perché siamo abituati a una politica che ci ha sempre mostrato il suo volto peggiore. Eppure Riace esiste e resiste nelle negli occhi dei migranti, nelle voci delle persone che sabato scorso hanno riempito le strade del paese, nelle parole del sindaco:

 Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.

Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.

Vorrei però dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà.

Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.

Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.

Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.

Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.

Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.

Queste parole sono la sintesi perfetta del pensiero di Mimmo Lucano, una persona semplice, un uomo comune, un calabrese che grazie alla forza delle sue idee ha fatto qualcosa di straordinario: ha dimostrato  che la politica è ancora lo strumento migliore  per lottare contro le disuguaglianze e  per garantire  una maggiore giustizia sociale per tutti; ha dimostrato che la politica ha anche un altro volto, quello gentile, quello pulito,  che non vediamo quasi mai, ma che esiste ed è a servizio dell’umanità.

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